Il 21 ottobre scorso si è spento, nella sua Prato, Frediano Farsetti.
Indiscutibile protagonista della vita artistica e del mercato dell’arte, per oltre 70 anni, Frediano era nato ad Impruneta, nel 1934 e dal nulla avrebbe costruito, col fratello Franco pure recentemente mancato, la più importante realtà italiana per la circolazione delle opere d’arte, con prestigiosissime gallerie aperte a Prato, Cortina d’Ampezzo e Milano.
A Prato l’incontro decisivo con Ottone Rosai.
Poi, via via, un crescendo di successi, tra la sua Prato, Milano, Cortina d’Ampezzo, qui nell’agosto del 1964.
Negli anni ’70, la sua galleria al piano rialzato di Largo Poste era un luogo già straordinario.
La faceva da padrone il Novecento storico: in otto lustri di prestigiosa attività, passano più di centomila opere nelle oltre 200 aste.
Locus loci la galleria dell’ammezzato di Largo Poste: appena entrati, si era accolti dalla musica classica, in rigoroso sottofondo, una mano gentile che ti conduceva nel giusto stato d’animo per seguire l’itinerario che Frediano (con Franco), ti suggestionava nella sua sapiente giustapposizione degli olii esposti: certamente dunque galleria d’arte e mercato delle opere ma, intanto, sagace messaggio ed impegno culturale, perciò autenticamente anche politico, nel senso più intelligente ed alto del termine.
Non a caso, le vetrine della galleria, in primis, erano una parata delle monografie e raccolte pubblicate da Frediano: acquistare da lui un’opera d’arte presupponeva -ed era il frutto- di studio, sensibilità personale, cultura, ricerca e, infine, legittimo desiderio etico ed estetico: non -come spesso oggi- accumulo bizzarro ed ostentazione antiestetica.
Ci era capitato di sorridere, con Frediano, ricordando l’aneddoto ancòra a distanza di anni di quell’arricchito che, entrato in galleria con la moglie, policroma e carica come un abete natalizio, si era fermato di fronte ad un’opera di Carlo Carrà e, dalla firma “Carrà”, aveva sortito, pensando sùbito -lui- alla Raffaella già nazionale: “però, a xe tanto brava a cantar e balar, non savevo che a savese anca piturar….”.
Già da ragazzino frequentavo la sua galleria, dove mi ci portava mio padre, Giorgio, quasi un rituale.
Dopo i saluti, sempre davvero cordiali di Frediano, con papà consumavamo il nostro primo percorso-rito di Cortina, appunto, ammirando gli olii di Sironi, di Morandi, di De Chirico, ma non mancavano i Matisse, Fontana e, sempre con la luce più dedicata e delicata, le opere -appunto- di Ottone Rosai.
E le straordinarie incisioni di Morandi.
Con la famiglia di Frediano, poi, era nata una consuetudine anche con me.
Daniela, certi pomeriggi, organizzava per noi ragazzi nell’appartamentino sopra la galleria delle merende, con le pizzette de Lovat ma, soprattutto, c’era la figlia di Frediano, Cecilia, della quale io ero innamoratissimo.
E’ già: Cortina galeotta, come con Isabella, la mia vicina di casa a Cianderies, figlia di Piero Confortini, vero pioniere della medicina trapiantistica: e quanto sorrisero, lui e papà, quando, dalla nostra terrazza sulla Bigontina, avevano scorto me, 10 anni, col cappello da alpino in testa, che dava il primo bacetto a Isabella, con la treccia biondissima, seduti accanto e dietro un masso di dolomite, ed era tutto un vortice nel sole delle nostre giovani -allora- vite.
Con mio padre, poi, l’altro appuntamento fisso era la nostra passeggiata in Via Ruoiba, a Pierosà, mano nella mano, io, ancòra piccolo, arrivavo a stento a prendere la sua, mentre mi raccontava, con la sua voce profonda, pacata e calda, le cose di Cortina e dei suoi monti, fin ad arrivare ad una villa, alla fine di via Ruoiba: l’Isba, era scritto al cancello, che, lui ed io, avevamo concluso essere la caldissima dimora di chi, dalla Russia, aveva portato a casa le penne (forse indossando la sua penna nera mozza) e, fortunato, aveva costruito quel rifugio che, nella steppa, con tutta probabilità, era stato solo un miraggio, prima, ed un miracolo, poi.
Momenti tutti per noi, profittando del preferito struscio di altri in Corso Italia, già viatico per grandi donne -o presunte tali- che, negli anni poi, si è confermato alla fine una fiera, a volte giostra, pure di qualche ringalluzzito e pingue cacciatore di dote, apparso improvviso, di colpo passato dall’umidità di Rotzo ai supponenti lustrini di Cortina, dal baccalà in umido, mantecato o alla vicentina, al più confacente cervo…
Da grande, anche dopo la morte di mio padre, avevo continuato a frequentare Frediano e la sua galleria, sia per mio desiderio personale, sia per continuare il mio patronimico filo rosso, il suo avermi indotto all’Arte che, oltre alla Storia ed alla Musica, erano da sempre stati i nostri punti fermi, le nostre parallele, le nostre, insomma, coordinate di Vita.
Frediano, poi, aveva avuto, come era suo tratto, gesti di estrema e rara nobiltà d’animo. Capiamoci: come diceva lui, occorreva il pallino e non v’è dubbio che lui avesse un enorme pallino, sia per le scelte estetiche che per gli affari.
Ragazzino, avevo osservato un olio di Rosai, in galleria: dei soldati che entrano verso una porta illuminata, forse una trattoria o un bordello. Avevo sortito: “guarda il passo baldanzoso del fante e, invece, l’aria più seria dell’alpino!” “E’ vero!” aveva detto Frediano, “ma secondo me non vanno in trattoria…”, con quel suo sorriso espressivo e il baffo, tutto toscano, che la diceva lunga….perché Frediano, magister davvero, aveva pure il phisic du role…
Insomma, andare a trovare Frediano era un arricchimento in tutti i sensi, da Frediano si imparava molto, sempre. E, alla fine, se fortunati, anche una certa virtuosa complicità…, mi avrebbe avvertito e venduto, nonostante divieti disonesti e senza onore, alcune incisioni di Morandi che egli aveva ricevuto con incarico di vendita addirittura abbonandomi parte del prezzo.
Anni dopo, quando un appaltatore e lo stesso Comune di Cortina gli avevano fatto vedere i sorci verdi per lasciar realizzare la sua ultima opera/capolavoro, ossia la nuova Galleria in quella che, un tempo, accanto all’Hotel Posta era la partenza della funivia per Pocol, mi avrebbe chiesto di assumere la sua difesa, onorandomi e commuovendomi, ancòr più che con le dediche di pugno sui suoi cataloghi monografici e sul suo “Li ricordo così”, prezioso già ieri e testimonianza ancòra formativa, a maggior ragione oggi.
Quell’incarico mi aveva consentito di conoscere anche Federico, architetto ed imprenditore, figlio di Frediano, che dal padre aveva ricevuto misura, intelligenza e sagacia, con uno sguardo, che poi è anche quello di Sonia, che la dice lunga sullo spessore dei Farsetti.
Ed è per questo che, anche oggi che Frediano non è più, resta comunque il suo Stile, il suo messaggio, di Gentiluomo e di Imprenditore che lo accomuna alla sua Cortina, quella degli inizi, di metà del secolo scorso, quando l’acquisto di un’opera d’arte era l’arrivo di un percorso culturale (e, certamente, di una conseguente disponibilità economica) ed in Corso Italia si scendeva per fare la spesa, non per esibirsi od ostentare.
Che Cortina, come l’Arte, va vissuta in nome del Bello e dell’Essere, non dell’avere.
In Memory of Frediano Farsetti
In October, Frediano Farsetti passed away in his Prato. Born in Impruneta in 1934, he became an undisputed protagonist of artistic life and the art market for more than seventy years, building from nothing one of Italy’s most important networks for the circulation of artworks, with prestigious galleries in Prato, Cortina d’Ampezzo and Milan. In the 1970s, his gallery on the raised ground floor of Largo Poste was already an extraordinary place. Classical music welcomed visitors, preparing them for the itinerary that Frediano, together with his brother Franco, created through a skilful arrangement of oils, monographs and catalogues. Buying from him meant entering a world of study, sensitivity, culture and research: not accumulation or display, but an ethical and aesthetic desire for beauty.
For the author, that gallery was also a place of memory. As a boy, he visited it with his father Giorgio, admiring works by Sironi, Morandi, De Chirico, Matisse, Fontana and Ottone Rosai, along with Morandi’s remarkable engravings. Around Frediano’s family there grew an affectionate familiarity, made of childhood afternoons, snacks above the gallery and youthful emotions. Cortina itself appears through these recollections as a landscape of initiation: walks along Via Ruoiba in Pierosa, stories told by a father, villas, mountains and the quiet rituals of a town still lived in for its substance rather than for display.
As an adult, even after his father’s death, the author continued to visit Frediano, keeping alive that paternal thread linked to Art, History and Music. Farsetti’s rare nobility of spirit emerged in many gestures: the intuition of a true master, the amused wisdom with which he read a Rosai painting, and the generosity with which he helped the author acquire Morandi engravings, even reducing part of the price. Later, when obstacles arose around his last great project, the new gallery beside the Posta, Frediano asked him to defend him legally. It was an honour as moving as the handwritten dedications on his catalogues and on Li ricordo cosi. That work also led to a meeting with Federico, Frediano’s son, architect and entrepreneur, who inherited his father’s measure, intelligence and sagacity.
Today, even after Frediano’s passing, what remains is his style: that of a gentleman and entrepreneur who belonged to the Cortina of an earlier age, when buying a work of art was the result of a cultural journey and Corso Italia was still a place of daily life. His message endures in the idea that Cortina, like Art, should be lived in the name of Beauty and Being, not of possession.







