Il tempo sulla neve

C’è un momento preciso in cui tutto ha avuto inizio. Gli anni ’80, un paio di sci troppo grandi e quella pista che allora sembrava immensa e oggi, invece, appare come un piccolo scrigno di memoria: Pierosà, uno degli angoli più autentici di Cortina. È lì che ho imparato a stare in equilibrio, a cadere, a rialzarmi. È lì che, curva dopo curva, ho capito
che la neve non è solo uno sport, ma uno stato d’animo.
Oggi, quando ci torno, il tempo sembra piegarsi con eleganza.
La luce accarezza la pista, la baita rinnovata invita a una pausa lenta con una cioccolata calda e panna e la piccola chiesetta poco distante resta immobile, come a custodire silenziosamente i sogni di chi è passato di lì. Da quella pista baby, con la storica Scuola Rossa, il percorso è stato naturale: Mjetres, oggi solo un ricordo, e poi Socrepes, dove le prime gare hanno acceso una scintilla diversa. Più intensa. Più vera.
Ricordo il cancelletto di partenza, il respiro sospeso, i bastoncini piantati nella neve, lo sguardo fisso a valle. E quel giudice con il cronometro analogico, pronto a dare il via. Un gesto semplice, ma carico di significato. Perché il tempo, nello sci come nella vita, non è mai solo un numero.
Quarant’anni dopo, tutto è cambiato. O forse no. Le tecnologie sono diventate sofisticate, digitali, quasi invisibili. Eppure, dietro ogni sistema perfetto, resta indispensabile la mano dell’uomo. L’ho capito ancora di più lo scorso febbraio, vivendo da volontario l’esperienza delle Olimpiadi Milano Cortina 2026. È lì che ho incontrato l’Avvocatessa Federica Cela, anche lei volontaria e giudice cronometrista nello sci alpinismo. Una di quelle persone che sanno dare profondità anche ai dettagli più tecnici.
Federica mi ha parlato del tempo come di qualcosa di duplice: astratto e concreto insieme. Nella vita quotidiana scandisce tutto, ma nello sport diventa assoluto. Un centesimo può cambiare il destino di una gara, trasformare un secondo posto in una vittoria. Eppure, anche nell’era dell’automazione, il fattore umano resta imprescindibile. Il “manuale di partenza”, il gesto preciso di premere un bottone al momento esatto, è ciò che garantisce che tutto funzioni, anche quando la tecnologia fallisce.
Dietro ogni gara c’è un lavoro invisibile: sincronizzazioni, controlli, interventi puntuali. Nulla è davvero automatico. Ogni sensore, ogni cellula, ogni fotofinish vive grazie all’attenzione di chi lo gestisce. È una danza silenziosa tra macchina e uomo, dove la precisione diventa arte.
Forse è proprio questo il punto. Il tempo scorre, sempre. Non possiamo fermarlo, né controllarlo davvero. Possiamo solo viverlo, misurarlo, interpretarlo. Nello sport come nella vita. E mentre ripenso a quella pista, a quei primi passi incerti sulla neve, capisco che non è il tempo a definirci, ma ciò che scegliamo di farne.
Perché alla fine, tra un centesimo e un ricordo, tra una gara e una vita intera, il tempo resta l’unico vero protagonista. Silenzioso, inarrestabile, essenziale.


Time on the Snow

There is a precise moment when everything began: the 1980s, a pair of skis far too big and a slope that then seemed immense, yet today feels like a small casket of memory. Pierosa, one of Cortina’s most authentic corners, was where balance, falls and recovery were first learnt; where, turn after turn, the snow became not only a sport, but a state of mind. Returning there now, time seems to bend with quiet grace. Light touches the piste, the renovated hut invites a slow pause over hot chocolate with cream, and the little church nearby stands still, guarding the dreams of those who have passed through. From that baby slope and the historic Scuola Rossa, the path unfolded naturally: Mjetres, now a memory, then Socrepes, where the first races sparked something stronger and more real. The starting gate, the held breath, poles planted in the snow and eyes fixed downhill still remain vivid, as does the judge with the analogue stopwatch. A simple gesture, yet full of meaning, because in skiing, as in life, time is never only a number.
Forty years later, everything has changed. Or perhaps not. Technology is sophisticated, digital, almost invisible; yet behind every perfect system, the human hand remains essential. This became clear again last February, during the Milano Cortina 2026 Olympics, experienced as a volunteer. There, the encounter with lawyer Federica Cela, also a volunteer and timekeeping judge in ski mountaineering, gave depth to even the most technical details. She spoke of time as both abstract and concrete: in daily life it shapes everything, while in sport it becomes absolute. A hundredth can alter a race, turning second place into victory. Even in the age of automation, the human factor is indispensable. The manual start, the precise act of pressing a button at the exact instant, is what keeps everything working when technology fails.
Behind every race lies invisible work: synchronisations, checks, timely interventions. Nothing is truly automatic. Every sensor, timing cell and photo finish exists thanks to the attention of those who manage it. It is a silent dance between machine and person, where precision becomes art. Perhaps this is the point. Time always flows. We cannot stop it or truly control it; we can only live it, measure it and interpret it. Thinking back to that slope and to those uncertain first steps on the snow, it becomes clear that time does not define us. What defines us is what we choose to do with it. Between a hundredth and a memory, between a race and an entire life, time remains the only true protagonist: silent, unstoppable, essential.