Parlare di Cortina d’Ampezzo significa sintonizzarsi su quella magica apnea che ti prende non appena vedi, pensi o ripensi alle sue vette, in particolare il gruppo delle Tofane, che appare maestoso qualche chilometro appena sopra San Vito di Cadore.
Davvero un biglietto da visita che la Natura distribuisce con larga generosità e, insieme alle altre cime di Cortina, ne è sicuramente simbolo.
Ma ci sono almeno altri due simboli, che, fin dalla fine degli anni ‘60, per chi raggiungeva le estati e gli inverni Cortina, hanno sempre rappresentato – insieme alle vie ferrate, alle piste da sci e alle infinite malìe di tale stregato anfiteatro – due suoi emblemi, emblemi di Cortina antesignana capitale montana dello Sport: il Trampolino olimpico di Zuel, proprio sopra uno dei Sestieri che più hanno saputo conservare la tradizione e l’atmosfera della Cortina rurale e lo Stadio olimpico del Ghiaccio, ligneo, plastico e placido, sotto le cime delle Tofane e del Pomagagnon.
Il tempo ha sicuramente segnato questi due simboli: il Trampolino, silenzioso anche quando illuminato la notte, però impietosamente, perché avvicinandolo appare ancora più spettrale, anche a causa dei lavori di restauro e adeguamento iniziati quest’estate. Magari è stato fatto apposta, per mettere alla prova quei gruppetti di bambini che, a piedi o in bicicletta, al tramonto, fanno a gara ad avvicinarsi alla struttura silenziosa e imponente.
Anche lo Stadio, che visto dal Belvedere di Pocol riproponeva, nell’architettura degli uomini, tutto aperto ed accogliente, l’architettura e l’anfiteatro delle meravigliose crode, aveva avuto il destino di un “adeguamento”, magari anche a qualche normativa o ragion d’opportunità, ed è finito in parte in vincoli d’acciaio e vetrate che lo hanno assimilato a palazzetti dello Sport sicuramente meno datati, ma altrettanto sicuramente meno dotati, di quello stile unico, che poi è l’impagabile patina del tempo e dei suoi Eventi, che lo Stadio del Ghiaccio sprigionava.
687 uomini e 134 donne avevano gareggiato nelle Olimpiadi invernali del 1956, ospitate a Cortina d’Ampezzo. Ancora oggi, all’interno dello Stadio, restano le grandi fotografie, che incutono rispetto non fosse altro che per il senso del tempo andato e delle attrezzature (e quindi della fatica sportiva) di allora, foto che ritraggono i vincitori delle gare nelle varie discipline, individuali o di squadra, tenutesi tra il 26 gennaio ed il 5 febbraio 1956.
La Seconda Guerra Mondiale era finita da poco più di dieci anni. Era ancora vivo, nel ricordo di molti, l’eco delle Olimpiadi del 1936, ricordate sicuramente per le discese di Garmisch-Partenkirchen ma, soprattutto, ricordabili per l’ammonimento umanistico, contro ogni discriminazione, della straordinaria impresa di Jesse Owens, americano di colore e della nobiltà d’animo e sportiva di Luz Long, tedesco e “ariano”, vera nemesi ed eterogenesi dei fini secondo le teorie sulle razze: sarà Luz ad aiutare Owens durante la gara di salto in lungo. L’atleta americamo conseguirà la sua seconda medaglia d’oro, dopo quella dei 100 metri piani. Nelle qualificazioni, Owens aveva pur mancato i primi due salti ed era stato il tedesco Long a consigliargli di provare a saltare da una spanna più indietro. Owens aveva ascoltato il consiglio di quell’avversario, suo amico, che pochi anni dopo sarebbe caduto in azione, soldato nella Wehrmacht, durante la Seconda Follia Mondiale.
In fondo, la stessa Lena Riefenstahl, che pure quei Giochi del 1936 aveva tramandato ai posteri con una regìa affetta da imposizioni di regime, si era poi svelata, nella sua umanità, in quella straordinaria antologia e documento fotografico “Gente di Kau” che ritraeva i maestosi guerrieri Nuba e le loro famiglie in 16 settimane nel 1975, allorchè la regista tedesca aveva saputo estrarre da quei corpi seminudi e potentemente eroici gli sguardi più umani, assoluti e nobili, in quei corpi così scuri di natura che, dipinti e tatuati di bianco, sembravano davvero essere le slanciate Betulle di Sankt Oktillien. Sarebbe stata Kana, splendida ragazza Nuba, che 35 anni dopo quello straordinario reportage, avrebbe ritrovato Lena e si sarebbe presa cura della fotografa tedesca, ormai stremata, in ospedale…
Tornando a Cortina: era stata ancora una volta la “Regina” la prima città italiana ad ospitare un evento olimpico. Una strada cominciata dal Conte Alberto Bonacossa che, con Donna Maria, aveva dato impulso alla candidatura di Cortina d’Ampezzo addirittura per i giochi olimpici del 1944, ossia giochi olimpici ancora di… guerra. E proprio alle porte della guerra, nel giugno del 1939, il CIO, riunitosi a Londra, aveva preferito Cortina ad Oslo ed a Montreal. Solo nel dopoguerra, però, l’Italia aveva riproposto, ancora con una Delegazione guidata dal Conte, la candidatura di Cortina, invano una prima volta e, successivamente, a Roma, nel 1949, allordove la vallata d’Ampezzo si era finalmente imposta su Colorado Springs, Lake Placid e, di nuovo, Montreal.
La giovane Repubblica celebrò i Giochi olimpici anche con una serie di quattro francobolli, semplici nell’impianto grafico e delicati nei tenui cromatismi pastello che, giustappunto, focalizzavano anche e proprio il Trampolino e lo Stadio.
Per fortuna, le nazioni convenute a Cortina, un tempo nazioni tra loro in guerra, in quel 1956 si fronteggiavano invece solo in gare sportive, anche se è impossibile non pensarci per chi osservi la grande fotografia all’interno dello Stadio del Ghiaccio, che fissa uno dei momenti della cerimonia non poteva sfuggire che c’erano, schierati e laboriosi, ancora gli Alpini. Così umilmente ordinati, silenziosi, risoluti nel loro servizio di picchetto e rappresentanza. Sono ritratti lì, con il loro immancabile cappello con la penna e la tuta mimetica bianca, immacolata, quella stessa che indossavano tanti ampezzani, Alpini sciatori tra le fila del Battaglione Cervino, decimati appena pochi anni prima nella neve di Russia, quando quella neve e quelle mimetiche immacolate si sarebbero presto intrise, ed intrise così tanto, di sangue. Quel Battaglione aveva dovuto esser ricostituito, tanto alto era stato il numero delle perdite.
E così, quando ancora un’idea appena politica di Europa aveva cominciato a farsi strada (di politico ed unitario e federale poco o nulla; di cinicamente finanziario fin troppo!), esisteva già, però, un’idea sportiva di Europa, che sicuramente si snodava e per certi aspetti dava un esempio.
Come gli Alpini, mandati a compiere missioni impossibili di fatto a mani nude, così ancora un italiano aveva sfidato anche le leggi della fisica, vincendole, se ripenso che Guido Caroli, campione di Pattinaggio di velocità, ultimo tedoforo, era inciampato durante l’ultimo tratto del percorso, su un infido cavo, ma era riuscito a non far spegnere la fiamma olimpica.
E, invece, un austriaco, Toni Sailer, campione di sci alpino, era riuscito ad aggiudicarsi di fila tutte le tre medaglie d’oro olimpiche delle competizioni maschili.
La Germania, che allora aveva partecipato con una squadra unificata, aveva conseguito meno medaglie dell’Italia, che, con due pattuglie azzurre (Lamberto Dalla Costa e Giacomo Conti, subito seguìti da Eugenio Monti e Renzo Alverà), aveva anche guadagnato l’oro al medagliere italiano. L’Unione Sovietica, invece, aveva fatto la parte del leone (anzi, dei leoni: Ljubov Kozyreva, Evgeny Grishin, Yury Mikhailov e Boris Shilkov, tanto per dire…) con ben 16 trofei.
Sarebbero trascorsi anni e le competizioni olimpiche e mondiali si sarebbero snodate, da quel 1956 cortinese, all’Austria, che a sua volta aveva celebrato con una serie di francobolli di sette valori, nel 1963, le Olimpiadi invernali di Innsbruck.
E così, ecco la fatica ed il messaggio universale dello Sport: degli atleti di buona volontà erano stati ospitati in molti altri paesi e città, come Sapporo nel 1972 (erano gli XI giochi olimpici invernali) nel Giappone massacrato dai due inutili crimini atomici che ospitava lo Sport dei Popoli, allora espressione una volta di più di un universale messaggio di pace e di rivalità, tra nazioni, solo puramente ed umanamente sportiva e perché quello stesso anno, a Monaco di Baviera, il cinismo dei governi aveva condotto ad un terrorismo che aveva infangato i Cerchi Olimpici con lo scempio del sangue degli atleti d’Israele.
Sarebbero passati altri Giochi Olimpici negli anni, tra guerre fredde e democrazie tiepide, fino agli eventi più impensabili: il crollo del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione sovietica, tanto per dire.
Oggi, Cortina è nuovamente pronta per ospitare i Giochi Olimpici ed ha contemporaneamente già ospitato pochi anni fa i Campionati Mondiali di Sci Alpino del 2021: tradizione, neve e sport che tornano nuovamente, e sono davvero occasione unica per dimostrare che l’Italia (e Cortina) sanno essere, ancora una volta e di più, fusione efficiente di stile e capacità, di serietà e straordinarietà, all’altezza (non mi riferisco solo al livello sul mare!) del prestigio delle sue straordinarie vette che, nel 1956, in una semplicità pur solenne, avevano saputo essere, senza sbavature o scandali di sorta, davvero un esempio.
Eccellenze di oggi al lavoro, e passaggio ideale di consegne da quegli Italiani ed Ampezzani, che insieme a tutti gli atleti d’un tempo, immortalati nelle fotografie e nei francobolli d’allora, anche contro la forza pur destruente del tempo che trascorre, ci mandano intatto, da quella Cortina del 1956, un intenso messaggio di pace, come quando, ancora durante la guerra, e già lo avevo raccontato, Cortina ed il suo sole curava i feriti.
Messaggio di laborioso, serio e capace impegno, profusi per ottenere un risultato di eccellenza per lo Sport, per Cortina ed il suo diritto ad avere una storia, ma anche un presente ed ancor più un lungimirato futuro non solo sportivo all’altezza delle sue tradizioni e, sia consentito dirlo, delle aspettative di tutti coloro che amano davvero la Regina delle Dolomiti, che finalmente ha una straordinaria occasione per tornare, e magari anche superare, lo splendore d’un tempo.
Chiudo questo mio pezzo con un ricordo, allora, di una ragazza, ragazza-coraggio davvero olimpica. Parlo di Tenley Albright, ventenne quando partecipò alle Olimpiadi di Cortina, nella squadra statunitense di pattinaggio artistico. Da piccolina era stata colpita dalla poliomielite ed era stato il suo papà, medico-chirurgo, a farle superare la malattia e le insicurezze che un dramma del genere collateralizza. E Tenley era lì, nello Stadio Olimpico ad allenarsi, quando la sorte la colpisce di nuovo: cade durante l’allenamento, la lama del pattino recide la vena e vulnera perfino l’osso della caviglia. Poteva davvero crollare tutto il mondo di Tenley, mondo di cristallo, come la limpida eleganza di chi sul ghiaccio sa far danzare la vita e l’eleganza e quel ghiaccio sul quale aveva saputo confrontarsi con il destino e saper vincere, già da bimba. Ora, tutto pareva perduto.
E invece no! In 48 ore, dall’America il padre raggiungeva la sua “bambina”. Con gli specialisti del Codivilla, dove Tenley era ricoverata, le preparava una speciale guaina protettiva. Quella ragazza, tanto più in tempi di solitudine da social, mi pare davvero un esempio straordinario. Ancora un potente colpo di reni, contro la sorte, e Tenley riprende ad allenarsi, a crederci ed a… vincere! È sua la medaglia d’oro. Vette olimpiche. Vette di vita. Vette di tutta una vita. Accadeva a Cortina d’Ampezzo…
Olympic Memories
Speaking of Cortina d’Ampezzo means, instantly, thinking about that magical apnoea that pervades you as soon as you see its peaks, in particular the Tofane group, but there are at least two other symbols which, since the late ‘60s, have always represented Cortina as the forerunner of the mountain capital of Sport: the Olympic Trampoline of Zuel and the Olympic Ice Stadium, under the tops of the Tofane and Pomagagnon.
687 Men and 134 women, in 1956, had competed in the Winter Olympics hosted in Cortina d’Ampezzo. Even today, inside the Stadium, the great photographs remain, which inspire respect if only for the sense of the time gone and the equipment of the time, photos that portray the winners of the competitions in the various disciplines, individual or team, held between January 26th and February 5th, 1956.
Cortina had once again been the “Queen”: the first Italian city to host an Olympic event. The young Republic celebrated the Olympic Games also with a series of four stamps, simple in the graphic layout and delicate in the soft pastel colours that, precisely, also focused on the Trampoline and the Stadium.
Other Olympic Games passed through the years, between cold wars and lukewarm democracies, till the most unthinkable events: the fall of the Berlin Wall and the dissolution of the Soviet Union, for example. Today, Cortina is again on the run to host the Olympic Games of 2026 and is already at work because, in the meanwhile, it will host the Alpine Skiing World Championships of 2021: tradition, snow and sport that come back again, and truly a unique opportunity to demonstrate that Italy (and Cortina) still know how to be (and they will be, we all hope) once again an efficient fusion of style and capacity, of seriousness and uniqueness, to live up to the reputation and the prestige of its extraordinary peaks that, in 1956, in a solemn simplicity, had been able to be, without smearing or scandal of any sort, really an Example.



















